Sul workshop «Metropoli, culture, convivenze»

5 12 2007

di Stefano Nutini (PRC-Se zona 4, Sinistra zona 4)

Ho partecipato alla sessione domenicale del gruppo di lavoro degli Stati generali milanesi su “Metropoli, culture, convivenze” e vorrei proporvi alcune riflessioni.

Innanzitutto, non sentirei come un limite il non aver prodotto un documento fatto e finito, come quello che gli altri gruppi hanno letto nella plenaria conclusiva; ho letto il resoconto che Eliana ha scritto per Socialpress nel quale il gruppo viene simpaticamente definito come “negligente”, e comunque ne viene data una lettura complessivamente positiva. Senza svalutare il lavoro degli altri gruppi, a me pare che il nostro abbia lavorato bene, e cercherò di spiegare perché.

Per prima cosa, non mi farei prendere da “ansie da prestazione” per il fatto di non aver portato conclusioni. Il fatto è che non averne fornite è già positivo; mi spiego.

Sbaglio od obbedisce a un compito-ruolo un po’ sforzato quello di giungere a tutti i costi a conclusioni, magari con l’insincera ammissione che non di conclusioni si tratta? Non è un deteriore riflesso condizionato politico da cui potremmo anche svincolarci?

Parlare di questi temi, e farlo in un’occasione pubblica come da tempo non si organizzava, implica una paziente (e magari poi anche irruente e impaziente) “presa (anzi “ri-presa”) di parola”: si tratta di tematiche su cui il confronto pubblico non è così largo; magari, anzi certamente, si tratta di elaborazioni individuali o anche di piccoli collettivi, spesso assai dignitose; ma qui la scommessa era farlo insieme, e aver provato a mettere le prime considerazioni in comune è stato comunque bene.

Vale solo per gli altri il “camminare domandando”? Il “festina lente” dei latini, cioè l’“affrettati con calma” che ho da lontani e confusi ricordi liceali non si può-deve applicare a uno stile di lavoro collettivo? Va bene che occorre mettere in conto l’arretrato di discussione che su questo e su altri contenuti e nodi problematici si sconta – arretrato che può anche comprensibilmente far spazientire chi vorrebbe passare più rapidamente a stadi “superiori” -, ma qui si tratta di ripartire da basi condivise, o almeno di provarci.

Come ogni processo di apprendimento collettivo volto al cambiamento, ha sue tappe, che è bene non bruciare.

Ne è sintomo anche il giustissimo confronto che si è avuto, ricorderete, su alcuni termini-chiave, come “integrazione”-“assimilazione”-“inclusione”, oppure sull’adozione o meno del termine “comunità”, o la rilettura contropelo delle “differenze”, o ancora la decostruzione del binomio “sicurezza e convivenza”. Ho da dire la mia su questi punti, e magari lo farò in occasione pubblica, ma già questi casi segnalano la necessità di un approfondimento preliminare: il lessico non è ingenuo, innocuo o privo di intenzioni politiche e culturali, come dovremmo sapere.

Si tratta di oziose discussioni terminologiche, di baloccamenti irresponsabili, mentre incombe l’oggettivamente irreversibile coazione all’unità? Non lo credo.

Altrettanto vale per il contesto in cui il gruppo di lavoro si è trovato a operare; intendo per “contesto” sia l’ordine del giorno, i termini-chiave, almeno l’innesco del dibattito, sia l’ambiente in cui ci siamo trovati, con la contingentazione dei tempi.

Potrà piacere poco, ma credo che ci volesse un “punto di partenza”, costituito da alcuni capisaldi e spunti (certo, discutibili e infatti discussi: un “quartier generale” da bombardare, agli stati altrettanto “generali”, ci doveva essere, perbacco, e c’è stato!) e da regole anche tiranniche ed estrinseche, come quelle dei 5 minuti a testa. Ma sbaglio o si doveva partire da qualcosa, anche a costo di affermare a ragione che l’ordine del discorso doveva esser altro (magari radicalmente altro, come ha fatto intendere Franca Caffa; ma vorrei capirlo meglio, e non mancherà l’occasione) e che il tempo a disposizione doveva essere sottoposto a una ripartizione che permettesse appunto la presa di parola del massimo numero dei/delle partecipanti?

E la miglior dimostrazione del bisogno e del piacere di confrontarci non viene dalla promessa/necessità di rivederci a breve per proseguire?

Altrettanto, infine, vale per la proposta, che era stata formalizzata in chiusura del gruppo di lavoro, di andare in plenaria almeno con due “portatori” di report: Biorcio, cui si doveva la relazione introduttiva e la regia del workshop, e Mohamed Ba.

A me la soluzione sarebbe piaciuta, perché – per dirla tutta – ho sperimentato nelle parole e nell’approccio di Mohamed un sano esercizio di decentramento (ricordate l’evocazione di se stesso come cicerone a Milano? altrettanto ha fatto nei nostri confronti!), che ha immesso nel nostro dibattito approcci e contenuti interessanti e innovativi. Il suo decalogo – che alla fine qui vi accludo – è importante. Sia chiaro: nessuna delega in bianco a un nuovo “guru”, oltretutto assolutamente involontario! Però avremmo fatto bene ad accogliere anche simbolicamente questa preziosa novità. Non l’avrei trovato un escamotage ipocrita, come qualcuno l’ha erroneamente definito.

A ben vedere, ve ne sarete accorti, a loro modo questi Stati generali hanno vissuto anche di alcuni intensi e significativi eventi simbolici: Anita Sonego che parla in apertura a nome di chi ha organizzato, sancendo non solo formalmente un risarcimento (almeno spero!) nei confronti della trascuratezza grave rispetto alle tematiche di genere che aveva segnato negativamente i precedenti passi dell’esperienza della sinistra unita e plurale a Milano, oppure ancora Antonio Pizzinato che evoca potentemente l’impegno antifascista. Si è trattato di presenze anche simboliche (ma non solo) che hanno avuto un loro senso, non miracolistico-spettacolar-personalistico, com’è chiaro. Credo che da questo punto di vista abbiamo perso un’occasione preziosa, nel nostro workshop, non dando voce in sede plenaria anche a Mohamed.

Grazie della pazienza.

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